Reggae

Il reggae è uno dei migliori esempi della superficialità di noi occidentali nel guardare al resto del mondo.

La storia del reggae e del rastafarianesimo è di sofferenza, tragedia ed esilio. E per la maggior parte di noi è un meme: i dreadlock, le canne, i centri sociali…

Il punto di partenza è la deportazione degli schiavi neri dall’Africa nei Caraibi. Il reggae nasce come forma espressiva di quelle comunità. Strappate dalla loro casa, dalla loro storia, relegate in ghetti miseri, private perfino della lingua.

La musica reggae è uno spettro, ma si nutre tutta di questo substrato di sofferenza. C’è il roots reggae, che come dice il nome parla soprattutto della volontà di riunirsi con le proprie radici africane. Un misto di dolore per un retaggio di sopraffazione e di critica al sistema capitalistico di cui, loro malgrado, i neri sono parte. Di qui il legame con il rastafarianesimo, una religione del ritorno. Che promette di riportare gli orfani dell’Africa alla loro terra madre, liberandoli dal dominio dei bianchi.

Poi c’è la dancehall. Una musica che esprime la violenza dei ghetti di Kingston. Dove il ballo era uno svago mentre intorno bande armate dialogavano con agguati e pallottole. In Giamaica si spara ancora, non credere. Cerca la storia di Vybz Kartel. La lingua stessa che i cantanti dancehall utilizzano racconta l’emarginazione. È il patois giamaicano, un misto di inglese, francese e dialetti caraibici che di fatto per uso è da sempre la prima lingua della Giamaica. Bene. Le prime grammatiche ufficiali sono uscite tipo 15 anni fa. Dancehall e hip hop hanno genesi e attitudini molto simili, non è un caso che il rap USA sia di fatto nato da persone emigrate dai Caraibi…

Ho tagliato con l’accetta, c’è molto più da dire sul reggae e sulla musica giamaicana. E lo faremo!

Dimmi che ne pensi, se hai artisti e dischi reggae da consigliarmi, ma anche film, libri, podcast sulla cultura giamaicana o sei hai delle domande!

Ti ascolto!